Lunedì 18 Novembre 2019, 08:35

Carmine Pirozzi, un napoletano con Sorrento nel cuore

Autore: a cura del dott. Carlo Alfaro | Pubblicato Novembre 2019 in Cultura

La pittura di Carmine Pirozzi è espressione di pura bellezza: nei suoi dipinti in olio su tela, vige la perfezione, la precisione, la pacata armonia e la pulizia assoluta di forme, toni, luci, colori e sfumature. Ma è anche una pittura di grande profondità, sensibile, sognante, malinconica e incantata.
Carmine Pirozzi ha il magico dono di saper catturare nei suoi dipinti il fascino eterno di un mondo lontano e remoto, semplice e incontaminato, dove tutto è immutato, dove il tempo non scorre. Un tempo di pura pace, di leggiadra dolcezza. Materico e solare, Pirozzi, quale un poeta del pennello, restituisce suggestive immagini dalle tonalità ricche, calde, tenui, delicate, leggere, eleganti, vivide, serene, limpide, autentiche. Immagini che soavemente rappresentano scene di vita contadina e di pesca, case coloniche, vicoli, cortili, ruderi, archi, scorci, campi, animali, rive, maree, barche, porti, spiagge, cieli, alberi, monti, paesaggi, nature morte, ritratti, volti, donne, madri.
Il maestro nasce a Pomigliano d’Arco sul finire degli anni ‘40, e risiede a Casalnuovo. La sua origine campana riecheggia con prepotenza nelle sue opere, che sono un inno alla incomparabile ricchezza del territorio, incastonato tra verde e mare. Appassionato di disegno e di pittura sin da piccolo, e animato da un precoce e potente talento, si è formato da autodidatta, partecipando a mostre collettive a partire dal 1971, mosso dalla volontà di mostrare i suoi primi lavori.
Racconta così i suoi inizi: “Di carattere schivo e riservato, non mi è mai piaciuto apparire, ma come diceva un amico, anche lui pittore, ‘avanti c’è posto per tutti; è il popolo che giudica i tuoi lavori, non i galleristi’. Così decisi di mettermi in gioco, soprattutto per confrontarmi con altri colleghi e quanti coltivano la passione per l’arte”.
Si è ispirato negli anni giovanili alla Scuola di Pozzuoli fondata da Leon Giuseppe Buono, famoso per i suoi quadri vibranti di luci e ombre, sottolineate da vigorose scale cromatiche, ma l’incontro determinante è stato, nel 1979, con quello che è il suo maestro riconosciuto, Alfredo Sablautzki, il grande artista di origini prussiane, che aprì le porte della sua casa vomerese al suo primo e unico allievo. Ricorda Carmine: “Sua moglie mi apriva con un sorriso gentile, poi chiamava Alfredo che mi accoglieva con un abbraccio come se fossi il figlio che non aveva. Non mi ha mai portato nel suo studio, quella porta era sempre chiusa, mi riceveva nel salotto e lì mi guardava dipingere suggerendomi e rimproverandomi all’occorrenza, ma guardandosi bene dall’essere offensivo, e questo mi incoraggiava...”. Sablautzki provò sincero affetto per questo ragazzo di provincia pieno d’entusiasmo, grinta e voglia d’imparare. Inizialmente colpito da lui perché fu l’unico ad aver osato bussare alla sua porta, successivamente Alfredo divenne suo amico e mentore, anche per la passione in comune per i paesaggi marini.
E in breve tempo arrivò il meritato successo anche per Carmine. Coppe e medaglie segnarono la prova del consenso dei critici in occasione della partecipazione a concorsi e mostre. Recensioni entusiastiche, elogi del pubblico, attestati e premi hanno costellato tutta la sua lunga e feconda carriera artistica, che lo ha visto protagonista di mostre personali e collettive in tutt’Italia. I suoi dipinti sono un po’ dappertutto, anche all’estero, ma ciò che per lui conta veramente lo spiega così: “La soddisfazione, l’appagamento che sento ad ogni opera compiuta, la passione che metto nel dipingere ogni quadro come fosse il primo, mi fanno sentire vivo. E’ questo il mio vero successo. L’arte è creatività, e la gioia che provo a imprimere sulla tela ciò che vedo e sento, è immensa”.
Il maestro crede molto nel valore dell’arte come mezzo per andare oltre l’hinc et nunc: “L’arte -scrive nel suo blog- che sia un quadro o un vaso di terracotta, rimane per sempre! Spero che tutti, specie i giovani, vengano coinvolti nell’imparare e diffondere l’arte come espressione somma del vivente, nel tempo che è e in quello che verrà”.
All’Arte Pirozzi chiede di rendere immortale la memoria della bellezza e del passato: “Le mie opere (e quelle di tanti artisti) si dissociano dallo scempio che la nostra Madre Terra subisce; la tela, i colori, i pennelli rappresentano per me il mezzo per immortalarla incontaminata, come un ancora di salvezza che riporta in auge case di campagna, rustici cortili, la lirica delle acque, scorci ed angoli di vicoli, figure emblematiche spuntate dal mio inconscio che io materializzo sulla tela per non dimenticare quello che siamo, eredità di una volontà popolare che non va dimenticata”.
Arte, dunque, come baluardo al male dell’uomo: “L’uomo distrugge. Fortunatamente, c’è chi crea; noi artisti lo facciamo”, e l’artista come emissario del divino: “Amare l’arte e diffonderla ma...sempre nel rispetto di Dio e di ciò che ha creato”.
Il pittore ama molto anche Sorrento, dove soggiorna spesso in estate, considerandola ideale “meta ispiratrice per un artista”. Un amore che noi sorrentini, vocati all’arte per storia e tradizione, ricambiamo di cuore.