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Disturbi specifici dell’apprendimento

Autore: dott. Carlo Alfaro | Pubblicato Settembre 2017 in Salute

Sta per iniziare un nuovo anno scolastico, che per una categoria di bambini con problemati­che specifiche di apprendimento potrebbe tra­dursi in una tortura costellata di profonda frustrazio­ne e ricorrenza di insuccessi se non adeguatamente diagnosticati e supportati: mi riferisco agli studenti con “Disturbi Specifici dell’Apprendimento” (DSA).
Si tratta di ragazzi con significative com­promissioni, di origine neurobiologica, dello sviluppo di alcune specifiche abilità (lettura, scrittura, calcolo, o altre), nei tempi standard e con i normali metodi d’insegnamento. I disturbi dell’apprendimento possono riguardare: la lettura (Dislessia), nel caso sussista difficoltà di legge­re velocemente e correttamente, e di elaborare e comprendere quello che si legge, per cui, per chi è dislessico, guardare una parola scritta ed interpre­tarla non è un atto automatico, ma lento e faticoso, come se ogni volta quella parola venisse letta per la prima volta; la scrittura (Disgrafia e Disortografia); i calcoli aritmetici (Discalculia); i movimenti (Di­sprassia). Si stima siano circa 250-400 mila gli stu­denti italiani tra i 6 e i 19 anni (il 4-5% degli alunni) ad essere affetti da dislessia e altri disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), anche se quelli che, se­condo gli ultimi dati del Miur, beneficiano dei piani di studio personalizzati, sono solo 186.290, 44.792 alle elementari, 73.502 alle medie e 67.996 alle superiori, dunque esiste una fascia di ragazzi il cui problema non è diagnosticato.

Riguardo alla causa, si suppone che que­sti disturbi abbiano un’origine genetica. Di re­cente ad esempio è stato identificato un gene la cui mutazione produrrebbe un difetto nei circuiti cerebrali preposti alla lettura. I neuroscienziati del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston, in uno studio appena pubblicato su Neuron, hanno identificato come nucleo patolo­gico dei DSA una riduzione della plasticità cere­brale: è come se, dicono, il cervello dei disles­sici ingaggiasse una ‘guerra con le parole’, percepite come estranee e nuove ogni volta.

Per diagnosticare questi disturbi devono es­sere innanzitutto escluse altre cause, come ri­tardo dello sviluppo psico-motorio, disturbi della vista e del linguaggio, problemi emotivo-relazio­nali. Questi bambini, in altri termini, hanno competenze cognitive, sensoriali, psichiche, del tutto integre. Si può dire sinteticamente che comprendono, ma non apprendono. Se il problema non viene identificato, il bambi­no riuscirà solo con un grande dispendio di energia e concentrazione a ottenere risultati che per i suoi compagni e per l’insegnante sono semplici e naturali. Se non è riconosciu­to il suo problema, lo studente sarà condannato a vivere una serie di insuccessi a catena in am­bito scolastico, venendo accusato da genitori e insegnanti di scarso impegno, svogliatezza, disinteresse allo studio, distrazione, pigrizia, se non addirittura di poca intelligenza.

Questi alunni, oltre a sostenere il peso della propria difficoltà, se ne sentono anche respon­sabili e colpevoli. Il bambino può percepirsi incapace ed incompetente, sia nei confron­ti dei propri coetanei che delle aspettative degli adulti perché, indipendentemente dal suo impegno, per lui ottenere risultati sco­lastici accettabili è frutto di grande sforzo. L’insuccesso scolastico genera un disagio psico­logico che può sfociare in perdita di autostima, inibizione e chiusura, disimpegno, aggressività, atteggiamenti istrionici di disturbo alla classe, fino a depressione e ansia. Molto spesso questi bambini, se non aiutati, finiscono per rigettare in toto scuola e studio, rinunciando alle possibilità che la loro intelligenza del tutto normale, inve­ce, consentirebbe.

Frustrazione, vergogna, senso di inefficacia e inadeguatezza sono sentimenti che minano intimamente una personalità. Per questo mo­tivi è importante la diagnosi precoce. Poiché la capacità di lettura si sviluppa molto lentamente e progressivamente (infatti in terza elementare si leggono circa 3 sillabe al secondo, e alle su­periori 7 sillabe al secondo), si può formulare diagnosi certa di Disturbo Specifico della Lettura (Dislessia) e della scrittura (Disorto­grafia) soltanto alla fine della seconda clas­se della scuola primaria. E, in considerazione della estrema complessità dello sviluppo delle competenze aritmetiche, si può diagnosticare un Disturbo Specifico delle competenze di calcolo (Discalculia), soltanto a conclusione della terza classe della scuola primaria. Tut­tavia, già durante la scuola dell’infanzia bisogna monitorare elementi predittivi del rischio di DSA, quali difficoltà nelle competenze comunicati­vo-linguistiche, motorio-prassiche, visuo-spazia­li, di memoria e attenzione.
Campanelli di allarme per un genitore o un insegnante possono essere un ritardo del linguaggio, una lettura difficile, stentata, piena di errori, talvolta con inversioni di lettere (esempio scambiare “b” con “d”, “l” con “r”, “b con“p”), una scrittura lenta, con notevoli errori ortografici, inversioni di lettere e/o quasi incom­prensibile, un tempo eccessivo per svolgere i compiti a casa, una forte lentezza nel fare i conti aritmetici, una riluttanza ostinata allo studio, un rendimento scolastico non uniforme nelle varie materie, risultati insoddisfacenti rispetto all’im­pegno.

Una volta nato il sospetto, il primo passo spetta al Pediatra di famiglia che redigerà, se lo ritiene, una richiesta di Visita Neuropsichia­trica Infantile presso la Asl di appartenenza. Lo specialista neuropsichiatra infantile attiverà, se del caso, la richiesta di approfondimento psi­co-diagnostico per la certificazione diagnosti­ca di Disturbi Specifici dell’Apprendimento, che deve essere effettuata da un’équipe mul­ti-professionale costituita da Neuropsichia­tra infantile, Psicologo, Logopedista, sulla base di specifici test e valutazioni cliniche. Tale certificazione è indispensabile per l’attiva­zione in ambito scolastico del Piano Didattico Personalizzato(PDP). Una volta riconosciuto il DSA, la terapia vede la sinergia tra la famiglia, il logopedista, gli insegnanti ed il gruppo classe.

Il Piano Didattico Personalizzato è un pro­gramma di studio mirato specificamente alle difficoltà di quel bambino, come previsto dal­la Legge 8 Ottobre 2010 N°170, “Nuove norme in materia di Disturbi Specifici di Apprendimen­to in ambito scolastico”. In pratica, in presenza di diagnosi di DSA da parte dei servizi, il team docente è tenuto, secondo la legge, entro il primo trimestre scolastico, a compilare un programma che garantisca al bambino misu­re educative e didattiche individualizzate e personalizzate, attraverso “strumenti compen­sativi”, quali l’utilizzo di tecnologie informatiche (computer con videoscrittura e correttore, libri digitali, sintesi vocale), “strategie compensative” (integrazione della comunicazione scritta con al­tri codici: grafici, mappe), “misure dispensative” quali valutazione solo orale, concessione di un tempo maggiore per le prove rispetto alla classe, dispensazione dallo scrivere alla lavagna o leg­gere a voce alta.

L’obiettivo è permettere una buona/mi­gliore qualità di vita ad ogni studente con DSA, dandogli la possibilità di imparare nel ri­spetto delle proprie caratteristiche e raggiungere gli stessi obiettivi dei loro compagni, e sperimen­tando quotidianamente successo nelle attività svolte e piacere nell’apprendere. Anche durante le prove di valutazione e gli esami, per questi ra­gazzi vanno applicate prove equipollenti. Sono sempre di più, grazie a tutti questi interventi, i giovani con DSA che accedono alla maturità.