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Io e Bammennella successo di critica e pubblico al Supercinema

Autore: a cura del dott. Carlo Alfaro | Pubblicato Gennaio 2019 in Attualità

Sold out al Cine-teatro Supercinema di Castellammare di Stabia sabato 1 dicembre per quello che si è rivelato un appuntamento di livello col grande teatro della tradizione partenopea: la commedia musicale “Io e Bammenella” di Alfonso D’Antuono, basata sulle canzoni immortali di Raffaele Viviani, e messa in scena dalla sua compagnia “E’ Scapestrat”. Uno spettacolo che si è tradotto in una festa corale, con attori e pubblico che nel finale hanno cantato e ballato insieme sulle note del ritornello di “La festa ossaie”.
Travolgente nei ritmi, di potente bellezza nelle scene e costumi d’epoca curati dal meticoloso Carmine Milone, affascinante nelle musiche e nelle interpretazioni, l’opera, scritta, diretta e interpretata da D’Antuono, divisa in due atti, è ambientata negli anni ’20, in una Napoli poverissima e affamata dagli stenti del dopoguerra, ma non piegata nello spirito combattivo e indomito del popolo. Un po’ musical un po’ sceneggiata napoletana, la commedia restituisce, a detta di critica e pubblico, un’ora e mezza di spettacolo di un’intensità totale. Protagonista, il personaggio di “Bammenella” della famosissima canzone di Viviani, interpretato dallo stesso Alfonso D’Antuono, in lussureggiante maschera femminile.
La storia racconta la vicenda che secondo la fantasia dell’autore sta dietro i versi celeberrimi dello struggente brano di Viviani “Bammenella ‘e copp’ ‘e Quartiere”. Il grande compositore, poeta e commediografo, tra i più illustri della storia di Napoli, Raffaele Viviani (1888-1950), era originario proprio di Castellammare di Stabia. Il “poeta scugnizzo”, come veniva chiamato, scrisse la canzone nel 1917.
Melodia e testo sono pura poesia, nel narrare in prima persona la storia di una giovane prostituta dei Quartieri spagnoli, quel dedalo di vicoli e vicoletti nelle zone di Montecalvario e Avvocata, sopra Toledo, che prendono il nome dall’essere stati, nel 1500, sede delle milizie spagnole, e sono popolatissimi – ancora oggi- di gente povera che vive nei famosi “vasci” (i bassi).
La Bammenella della canzone vive la sua vita disperata con passione, sincerità, intensità, perdutamente innamorata del suo protettore, nonostante la tratti con violenza, in un legame indissolubile e carnale. Ispirandosi al testo, Alfonso D’Antuono crea un racconto teatrale si snoda tra irresistibile comicità, canzoni indimenticabili, passioni, miserie e sentimenti, nel fascino senza tempo della Napoli del primo ‘900, quando negli anni ’20, dopo la Prima Guerra Mondiale, la città soffocava di fame e miseria, e il popolo dei vicoli si arrangiava tra espedienti, elemosine, furti, contrabbando, prostituzione, mentre nascevano i primi Cafè Chantan, sede del sogno di lusso e riscatto attraverso arte, sfarzo e bellezza.
La Bammenella di Alfonso D’Antuono, di nome Stella, è sposata con Vincenzo (Fedele Perillo), un modesto “rammariello”, antico mestiere napoletano oggi completamente desueto (venditore rateale a domicilio, di casa in casa, di biancheria personale e merci da corredo), e convive con lui e la suocera semi-sorda (Maria Boccia) in un modestissimo basso, accanto agli impiccioni vicini, il calzolaio Turillo (Vincenzo Romeo) e la straripante compagna Sofia (Alessandra Vozza), raggiunti ogni giorno dalla visita dell’acquaiuolo (Francesco D’Auria), altro antichissimo mestiere napoletano.
Ma Stella ama il lusso, gli abiti sgargianti e le scarpe col tacco, il cibo di qualità e la vita tra cinematografo e night, e per ottenere ciò sceglie la via del marciapiede, accanto al suo protettore, Don Gennarino (Rino Cuomo), di cui poi, inaspettatamente, si innamora perdutamente. Il primo atto ci fa conoscere questi personaggi nell’ambiente misero e decrepito del cortile nei pressi dei “vasci” affacciati sui vicoli, mentre una scatenata tammurriata per le festa di San Gennaro traghetta il pubblico nel secondo atto, ambientato nel mondo dorato di un Cafè Chantan, il fantomatico Magic Bric.
I Café-chantant furono un genere di spettacolo nel quale si eseguivano piccole rappresentazioni teatrali e numeri di arte varia in locali dove si potevano consumare bibite e generi alimentari nel corso dello spettacolo. Il fenomeno dei Café-chantant nacque a Parigi nel XVIII secolo.
Sul finire del XIX secolo, quando Parigi divenne il simbolo del divertimento e della vita spensierata, il genere valicò le Alpi per essere importato anche in Italia. La novità esplose a Napoli, dove l’epoca d’oro del Caffè-concerto coincise con quella della canzone napoletana. Nel 1890 venne infatti inaugurato l’elegante Salone Margherita, incastonato nella Galleria Umberto I, per merito dei fratelli Marino, che capirono l’importanza di un’attività commerciale redditizia da unire al fascino della rappresentazione del vivo. L’idea fu vincente e ricalcò totalmente il modello francese, persino nella lingua utilizzata: non solo i cartelloni erano scritti in francese, ma anche i contratti degli artisti e il menu. I camerieri in livrea parlavano sempre in francese, mentre gli artisti, fintamente d’oltralpe, ritoccavano i nomi d’arte con assonanze francesi.
Il Supercinema di Castellammare si è trasformato così per un momento nel luccicante “Magic Bric”, e gli spettatori sono stati invitati a vivere la magia di una favola, immergendosi nel sogno della Belle époque. Nel cabaret il pubblico ha incontra nuovi personaggi: l’eccentrico proprietario francese del Cafè, Don Spillo (Carlo Alfaro); Gilda (Pina D’Aniello), ex moglie di Don Gennarino, che, da quando è stata abbandonata per Stella, lavora come donna delle pulizie, rimpiangendo il suo passato di vedette; l’improbabile soubrette Vanny (Gennaro D’Auria); il portantino maldestro (Emiliano Cascone); le cameriere pettegole (Antonietta Tramparulo e Teresa Gallo); l’impresario strampalato Paul Astre (Francesco D’Auria) e la sua segretaria muta (Mariella Sabatini).
L’incontro con Vanny alimenta in Gilda il desiderio di ritornare a essere una stella delle notti napoletane, ma un inaspettato scontro tra Vincenzo e Gennarino culminerà in un finale imprevedibile.
Alfonso D’Antuono, di Sant’Antonio Abate, è uno dei più apprezzati e seguiti cabarettisti campani, forte di una trentennale esperienza di palcoscenico nel solco della tradizione del Cafè Chantant, dell’avanspettacolo, della tradizione della commedia buffa d’improvvisazione, della drammaturgia verista di Raffaele Viviani e della realtà dei vicoli e quartieri di Napoli.
Ha debuttato giovanissimo con La Gatta Cenerentola di De Simone ed è stato in compagnia con Peppe Barra, ha lavorato anche in tv (La sai l’ultima) e al cinema con Gigi D’Alessio. Ha scritto gli spettacoli teatrali “La Pirofila” e “Io e Bammenella” e ha già pronto un nuovo copione che si preannuncia una bomba. Sempre con la sua compagnia E’ Scapestrati, ormai una vera famiglia.