Martedì 29 Novembre 2022, 11:57

La ricerca della felicità

Autore: a cura del dott.ssa Pane Bianca | Pubblicato Dicembre 2021 in Salute

“Meneceo, mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro”.
(Epicuro, Lettera sulla felicità.)

A volte abbiamo l’impressione di essere troppo complicati. E’ come se portassimo addosso degli abiti eccessivamente pesanti, delle acconciature troppo elaborate o delle scarpe strette…Allora uno si ricorda di quando era bambino e non c’era il problema dell’apparire; ti ricordi di quando giocavi nudo su una spiaggia, con l’acqua del mare che ti lambiva le punte dei piedi e il sole che ti accarezzava la pelle. E non pensavi a niente.
Quando siamo piccoli, infatti, non ci facciamo domande, non ‘sentiamo’ il passato o il futuro: il nostro unico impegno è il gioco di oggi, il nostro ‘lavoro’ è il fare, il galleggiare nell’esistenza senza farci domande. Poi cresciamo, incontriamo genitori e maestri, siamo costretti a plasmarci su un modello che ci è del tutto estraneo. La mente si sviluppa, si arricchisce, i sensi iniziano a scivolare lentamente in secondo piano, il cervello diventa la nostra priorità, il nostro biglietto da visita. E così quel bambino libero che eravamo muore, muore per sempre…
Ma come scrive Giovanni Pascoli tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, il Fanciullino è il bambino che è in noi e continua a rimanere tale anche quando ‘ingrossiamo e arruginiamo la voce’, anche quando, una volta adulti, ‘siamo occupati a litigare e a perorare la causa della nostra vita’.
A differenza nostra, il fanciullino è flessibile, veloce, intuitivo, anticonformista, riesce a scavalcare i meccanismi ovvi e scontati della logica ‘adulta’; il fanciullino focalizza un dettaglio e ci inventa attorno un mondo… E non gli importa nulla delle superstizioni, delle credenze, dei condizionamenti ambientali, familiari, culturali, religiosi.
A noi che cosa è rimasto di tutta questa freschezza?
Guardiamoci attorno: noi ‘grandi’ siamo sempre troppo coperti, troppo rigidi, troppo ‘seri’, troppo gravati da schemi, da impegni e incombenze di ogni sorta. Tendiamo a stare in compagnia di persone che si aggrappano emotivamente a noi, facciamo poco esercizio fisico, ci ostiniamo a fare continui confronti tra noi e gli altri, ci impelaghiamo in progetti a lunga scadenza, tendiamo ad ingigantire i problemi, ci colpevolizziamo, ci mettiamo in un angolo, siamo anche capaci di rimandare attività o incontri che ci darebbero piacere, perché ci hanno insegnato che prima vengono la fatica, il lavoro, il sacrificio. E alla fine, solo se saremo stati ‘buoni’, avremo diritto al godimento. Forse.
Osserviamo invece i bambini: mentre giocano entrano in un mondo incantato, in un ‘non luogo’ in cui non valgono più gli schemi mentali degli ‘adulti’. Nel gioco, essi mettono in pratica quello che gli antichi greci chiamavano ‘eudemonismo’, cioè la ricerca della felicità. Ma lo fanno in maniera spontanea, libera, senza ‘pensare’ a quello che stanno facendo. Quando il gioco li prende, possono rimanere anche per ore senza mangiare o senza andare in bagno. Per noi grandi è un mistero, per loro è la normalità. Ma noi non possiamo capire… O meglio, il nostro errore consiste proprio nello sforzo di ‘capire’, mentre ci dovremmo semplicemente limitare a ‘essere’, anche noi, dentro la nostra stanza dei giochi.
Un bambino che gioca non si identifica con nulla, non ha bisogno di aggettivi né di definizioni, non è condizionato dal ricordo del passato o dal pensiero del futuro: un bambino semplicemente ‘è’.
Non dimentichiamolo e proviamoci anche noi.
Via gli attaccamenti
Molto spesso noi usiamo le forze e le energie psichiche in maniera distorta o troppo prevedibile. Cresciamo e viviamo con la convinzione che si debba rimanere sempre un passettino indietro, che si debba ‘risparmiare’ in slancio, impegno e soprattutto risparmiare energia... E invece i saggi ci insegnano che, quando devi fare qualcosa, devi farla al massimo dell’energia. La vita contemporanea, dal canto suo, ci porta lontano dal rispetto di queste leggi universali, che sono quelle più profonde, quelle che reggono l’armonia del cosmo nel quale tutti siamo calati.
Facciamoci caso: nel mondo, un terzo della popolazione muore di fame, un terzo è in sovrappeso e un terzo muore per obesità. Significa che qualcosa non funziona: che troppe persone identificano il benessere con l’eccesso di cibo, consumano gli alimenti in maniera distratta, sbagliata, e alla fine ne muoiono.
E ancora: anche nei rapporti erotici spesso si vivono dei ruoli relazionali non fondati sull’autonomia di pensiero e di comportamento individuale, ma su schemi preformati, giochi di dare e avere già collaudati.
Per cui si pensa: “Adesso sono in coppia, quindi mi devo comportare così, in modo ‘conforme’ allo schema di coppia socialmente accettato”. In fondo, spesso è come se all’interno della coppia si recitassero i ruoli dei partner, perdendo di vista la propria identità. Ma una coppia così, alla lunga, esplode. Basta che uno dei due si renda conto che all’esterno dell’unicum di coppia esista qualcosa o qualcuno che consente una maggiore libertà d’espressione individuale, e il rapporto va in crisi.
E allora possiamo dire che gli attaccamenti (gelosia, rabbia, possesso, orgoglio, avidità…) limitano l’attività del cervello, impedendogli di liberare la sua energia creativa? Per esempio: perché ci sforziamo di adattarci? Perché facciamo finta che ci appaghi un lavoro di cui non ci importa più nulla e lo subiamo senza trovare la forza di alzare la testa e di essere felici della nostra professione? Perché viviamo l’amore come attaccamento o come abitudine e non come manifestazione di creatività libera e spontanea? Perché ci abbarbichiamo all’altro in maniera sbagliata adattandoci a mille mascheramenti forzati che ci impone il timore della perdita?
La logica dell’adattamento è una gabbia
Certo: una gabbia che a uno sguardo superficiale può apparire anche confortevole, solida e protettiva, è pur sempre una prigione. Il rischio che corriamo, tenendo un comportamento ‘ingabbiato’, è altissimo e nella maggior parte dei casi porta a esiti negativi: chi ama, adattandosi in maniera succube e unilaterale ai desideri dell’altro, alla fine si rinchiude in una corazza, perde freschezza e spontaneità; chi lavora’ facendosi piacere’ persone e situazioni che lo comprimono, alla lunga si ingrigisce e, soprattutto, rinuncia al suo vero essere, ai suoi talenti. In questo modo, alla fine si spegne. Un tale atteggiamento molto spesso è dettato da un eccessivo attaccamento agli ‘ordini’ dettati dalla mente: essa, contaminata com’è da generazioni di ‘buoni maestri’ e da modelli esteriori che collezioniamo durante tutta la nostra esistenza, diventa un guscio che si sovrappone al nostro reale sentire, che per sua natura è morbido e cedevole: la mente è un involucro che ci limita e ci irrigidisce. Se invece potessimo far fluire liberamente le forze del cervello, senza indirizzarle a forza verso schemi a noi già noti, potremmo sperimentare l’autentica felicità. Una mente che si ‘attacca’ alle cose e ai luoghi comuni (o falsi ideali), è una mente non creativa né libera, è una mente in ‘sovrappeso’, che vive di scorie, cioè di paure, ripensamenti, pensieri dominanti, progetti sbilanciati verso il futuro o ricordi agganciati a un tempo passato. Il grasso corporeo, così come le sovrastrutture mentali, è una forma di protezione con la quale ci corazziamo per non affrontare il mondo. Ingrasso e non mi metto in gioco, mentalmente mi convinco di non essere conforme allo schema estetico dominante e nel frattempo mi allontano, creo distanza fisica tra ciò che sono e ciò che sento.
Così, una mente appesantita, proprio come un corpo obeso, non può essere né agile né felice. Non può conoscersi. Dunque, cerchiamo di non temere di essere NOI, prima di tutto NOI. Non imponiamoci correzioni o censure, guardiamoci serenamente allo specchio senza suggerirci che cosa dobbiamo diventare, guardiamoci come se fossimo completamente nudi, cioè liberi da abiti mentali. E sorridiamo.
Sapete qual è il rischio che corre chi non è felice? Si ammala più facilmente.
La felicità è un presupposto fondamentale della salute, è un eccezionale anticorpo contro le malattie. La felicità ci salva la vita e la ricrea in ogni istante…

Dott.ssa Bianca Pane
Psicologa
Corso Italia, 115 - Sant’Agenllo
Cel. 393.93.15.564