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La sottile linea tra udito e cervello: Aumento del rischio di demenza con ipoacusia

Autore: Marianna Grazioso De Pascale | Pubblicato Luglio 2017 in Salute

Tra udito e cervello esiste un intreccio in­visibile. Non sentiamo solo con le orec­chie, ma anche (e soprattutto) con il cervello. Il suono di una parola non attiva sol­tanto la corteccia uditiva, dove la parola viene “sentita”, ma accende numerose aree e reti del cervello dove viene ‘compresa’ o collega­ta da un punto di vista semantico e cognitivo.

Così, è dimostrato come gli elementi cognitivi - come la memoria a breve termine, l’elabora­zione centrale e le esperienze di vita – siano cruciali per capire un discorso in un luogo rumoroso, più delle stesse capacità uditive. Un calo uditivo può infatti ridurre il volume della corteccia cerebrale, determinando cam­biamenti strutturali e funzionali nel cervello; mentre il declino cognitivo può peggiorare le capacità di ascolto e di comprensione delle parole, favorendo la comparsa dell’ipoacusia. Vanno poi considerati altri fattori, come lo stress e l’affaticamento generale, che posso­no aggravare ulteriormente gli effetti del calo dell’udito e del declino cognitivo. Tutto que­sto condiziona le nostre capacità cognitive nell’arco di tutta la vita.

Gli studi scientifici più recenti hanno di­mostrato come i problemi di udito possano aumentare di oltre 3 volte il rischio di de­menza e come, d’altra parte, le persone con un deficit cognitivo presentino in 3 casi su 4 anche un calo dell’udito. Inoltre dimostrano come la giusta amplificazione acustica si associ a un declino cognitivo più lento in un arco di 25 anni, permettendo di mantenere una buona funzionalità cerebrale. Si stima, dunque, che rallentare di un solo anno l’e­voluzione dell’ipoacusia possa portare a una riduzione del 10 per cento del tasso di pre­valenza della demenza nella popolazione generale.

Gli studiosi si interrogano sui fattori che possono attivare il circolo vizioso tra calo di udito e declino cognitivo. È certo, ad esem­pio, che l’ipoacusia determini cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello: ciò, se­condo alcune teorie, potrebbe determinare una sotto-stimolazione delle aree normal­mente attivate dai suoni, favorendo così un impoverimento cognitivo; un’altra ipotesi sottolinea, invece, l’affaticamento del cer­vello che, per compensare la perdita di udi­to, utilizzerebbe reti neuronali accessorie, ri­ducendo così le risorse cognitive disponibili per svolgere tutte le altre funzioni. Altri studi puntano il dito contro l’isolamento sociale: infatti, le difficoltà comunicative connesse a un deficit uditivo possono favorire la so­litudine delle persone, un fattore di rischio riconosciuto per la comparsa di disturbi co­gnitivi. Infine, si ipotizza che una stessa ma­lattia micro vascolare possa essere comune a ipoacusia e ad alcune forme di demenza, favorendo l’insorgenza di entrambi i disturbi.
In conclusione, gli esperti concordano sull’importanza di invertire la rotta e di porre un freno al circolo vizioso: i più recenti studi scientifici dimostrano, infatti, come interve­nire tempestivamente con una soluzione acustica permetta di rallentare il declino co­gnitivo e di migliorare le performance gene­rali degli individui.