Mercoledì 26 Giugno 2019, 13:50

Persone con Sindrome di Down: il 21 marzo la Giornata per dirgli che ce la possono fare

Autore: a cura del dott. Carlo Alfaro | Pubblicato Marzo 2019 in Salute

La sindrome di Down è una malattia genetica causata dalla presenza di una terza copia del cromosoma 21, da cui il nome “trisomia 21”. Invece la definizione di soggetti “mongoloidi” per le persone affette, usata dallo scopritore della sindrome, il medico inglese John Down che la descrisse nel 1862, per somiglianza delle fattezze del viso con i soggetti asiatici, non è più accettata. Si tratta della più comune anomalia cromosomica del genere umano. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’incidenza è di un 1 caso ogni 1000 individui nati vivi. La condizione si verifica in ogni parte del mondo. Si stima che oggi vivano in Italia circa 38000 persone Down, di cui il 61% ha più di 25 anni. Il cromosoma 21 contiene oltre 300 geni, la cui presenza in eccesso provoca un accumulo di materiale prodotto dai geni che è alla base dei sintomi e segni della malattia, esempio un eccessivo deposito di beta-amiloide nel cervello. La forma di gran lunga più frequente (95% dei casi) è la trisomia 21 “libera”, in cui il soggetto presenta 47 cromosomi anziché i normali 46 (cariotipo 47, XX,+21 per le femmine e 47,XY,+21 per i maschi). In tal caso, la presenza del cromosoma 21 “soprannumerario” dipende da un errore casuale della riproduzione dei gameti, la “non-disgiunzione” meiotica, in virtù della quale una cellula germinale resta con due cromosomi e una senza nessuno: quando la cellula mutata con due cromosomi si unisce ad una normale con un solo cromosoma dell’altro genitore, nasce il soggetto trisomico. La cellula alterata è di provenienza materna (ovulo) circa nel 90% dei casi, paterna (spermatozoo) nel 10%. Il rischio di trisomia libera aumenta con il crescere dell’età materna, significativamente dopo i 35 anni, partendo da un’incidenza a 25 anni di 1 caso su 1250, a 30 anni 1 su 1000, a 35 anni 1 su 400, a 40 anni 1 su 100 fino ad arrivare a 1 su 30 dopo i 45 anni, anche se l’80% dei bambini Down nasce da madri di età inferiore, in quanto la maggior parte delle donne concepisce la propria prole sotto i 35 anni. Studi recenti suggeriscono che anche l’età paterna, in particolare oltre i 42 anni, possa aumentare il rischio. Anche un inadeguato apporto di acido folico nella madre sembra essere un fattore di rischio. Il rischio di avere un secondo figlio Down per la coppia è basso (1%). Più raramente, la sindrome può essere dovuta a traslocazione (circa 3% dei casi) o a mosaicismo (2%). Nel caso della traslocazione, il materiale genico supplementare del cromosoma 21 che causa la sindrome di Down è attaccato a un altro cromosoma, per un difetto genetico presente in uno dei due genitori, che essendo bilanciato, non gli causa sintomi, ma quando questo cromosoma mutato viene segregato nel gamete causa la malattia al bambino. In questo caso, la sindrome di Down è ereditaria, ed è indipendente dall’età della madre. Nell’ancor più raro mosaicismo, la mutazione si verifica dopo il concepimento e la trisomia dunque non si presenta in tutte le cellule dell’individuo, ma solo in quelle che provengono dalla riproduzione della cellula mutata. Il mosaicismo è più comune nelle femmine e non correla con l’età materna.
I segni e i sintomi della sindrome di Down comprendono ritardo mentale (di grado variabile), ipotonia, iperlassità legamentosa e articolare, bassa statura, obesità, piega unica trasversale palmare, mani e piedi piccoli con dita corte, spazio eccessivo tra alluce e il secondo dito, genitali piccoli, vari dismorfismi del viso quali fessure degli occhi oblique con pieghe della pelle all’angolo interno degli occhi (epicanto), palpebre grandi, orecchie displasiche (a impianto basso e arrotondate), naso piatto e camuso, microgenia (mento anormalmente piccolo), bocca piccola con lingua sporgente, palato ovale, denti piccoli, viso tondo, piatto e largo, testa schiacciata (brachicefalia), collo corto con eccesso di pelle alla base.
Si possono associare un’ampia varietà di altre manifestazioni, quali: alterazioni cardiache congenite (tipico il canale atrio-ventricolare), disturbi visivi (macchie di Brushfield sull’iride, strabismo, cataratta, miopia, cheratocono, glaucoma), uditivi (anche per le otiti ricorrenti), neurologici (sindrome di West ed epilessia), apnee nel sonno, neoplasie (la leucemia linfoblastica acuta è almeno 20 volte più frequente nei bambini Down e la forma megacarioblastica lo è di almeno 500 volte; anche il cancro dei testicoli è più frequente), malattie endocrine (ipotiroidismo), gastrointestinali (reflusso gastroesofageo, malattia di Hirschsprung, stenosi ipertrofica del piloro, atresia duodenale e anale), autoimmuni (diabete, celiachia), deficit immunitari (con maggior rischio di contrarre infezioni), malattie del sangue (anemia sideropenica, policitemia), apnee notturne, alterazioni scheletriche (clinodattilia), muscolari (diastasi retti addominali, ernia ombelicale), della pelle (alopecia), in età matura malattia di Alzheimer (25% dopo i 35 anni).
Gli uomini con sindrome di Down sono quasi sempre sterili, le donne possono trasmettere la sindrome alla metà dei figli. L’aspettativa di vita è progressivamente aumentata, dai 12 anni del 1912 ai 25 anni del 1983 ai 62 anni attuali. Per la diagnosi prenatale si ricorre a test di screening come l’ecografia per misurare la translucenza nucale (lo spessore della plica nucale nei feti affetti risulta essere aumentato di circa il doppio) e i test sul siero della madre, che misurano una serie di marcatori biologici quali, tra la sesta e la decima settimana di gestazione, PAPP-A (proteina plasmatica A associata alla gravidanza), che nei Down è ridotta, e beta-hCG, che risulta essere più elevata, mentre durante il secondo semestre sono significativi alti livelli ematici di inibina A e gonadotropina corionica umana (hCG) e riduzione delle concentrazioni di alfa-fetoproteina e estriolo non coniugato. I test non invasivi vanno combinati assieme e sempre confermati con l’esame del cariotipo fetale attraverso amniocentesi o prelievo dei villi coriali (villocentesi), che sono però gravati da un aumento del rischio di aborto spontaneo dello 0,5%-1% (rischio leggermente maggiore per la villocentesi) e di danno agli arti del nascituro. L’amniocentesi non è raccomandata prima di 15 settimane di gestazione e il prelievo dei villi coriali prima delle 10 settimane. Proprio nel mese di febbraio 2019 un gruppo di ricercatori dell’Università di Pechino ha pubblicato sulla rivista Nano Letters una loro rivoluzionaria scoperta, per il momento testata sui topi: un biosensore che cattura il cromosoma 21 in eccesso presente nel sangue materno, con una sensibilità paragonabile alla amniocentesi.
Il trattamento della sindrome di Down prevede innanzitutto accurato monitoraggio e controllo terapeutico delle eventuali complicanze che possono insorgere, oltre a un intervento educativo precoce e integrato (pediatra, neuropsichiatra infantile, fisioterapista, logopedista, psicologo, terapista della riabilitazione e occupazionale), mirato a favorire l’ottimale sviluppo delle capacità di base, che permettano al paziente di raggiungere una sufficiente autonomia, sia sul lavoro che nella vita sociale, e una qualità di vita serena e produttiva. Molte persone Down conseguono oggi titoli di studio e sono in grado di svolgere un lavoro retribuito. Prospettive terapeutiche future su cui si sta lavorando, la silenzazione del cromosoma 21 sovrannumerario, attraverso l’introduzione nel corpo di un oncogene trasportato da un enzima. Si discute molto dell’eticità dell’aborto terapeutico che rappresenterebbe una manovra di eugenetica.
La prima “Giornata Mondiale della Sindrome di Down” si è tenuta il 21 marzo 2006, riconosciuta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2011. Il giorno e il mese (21/3) sono stati scelti per correlarli rispettivamente al numero 21 del cromosoma e al 3 della trisomia. Scopo della Giornata è sensibilizzare e informare l’opinione pubblica sul fatto che le persone con sindrome di Down, se adeguatamente seguite, hanno grandi potenzialità di autodeterminazione e grandi margini di miglioramento nell’ambito delle autonomie personali e sociali.
È però fondamentale che acquisiscano gli strumenti e le competenze necessarie per affrontare le sfide quotidiane della vita, della scuola, del lavoro e dello sport. E’ importante superare luoghi comuni e stereotipi considerando ogni persona Down come una persona unica, con le proprie passioni, capacità, personalità, bisogni. Perché quel cromosoma in più non sia una condanna, ma una sfida per reperire nuove opportunità.